Erano rimasti solo loro due.
Gli altri se ne erano andati dopo la cena, portandosi via chiacchiere leggere e risate sparse. In sottofondo la radio trasmetteva il solito programma di Virgin Motel, e quasi senza pensarci avevano iniziato a giocare: indovinare la canzone dalle prime due note.
Lui, maestro di chitarra, aveva l’orecchio allenato.
Lei, amante della musica di ogni genere ed epoca, rispondeva con entusiasmo, sbagliando apposta pur di prolungare il gioco.
Da lì, come spesso accade nelle notti in cui la complicità prende il sopravvento, il discorso scivolò lentamente altrove.
Dalla musica al corpo.
Dal corpo al piacere.
Dal piacere al dolore.
Parlarono di sadomaso, di bondage, di fantasie mai confessate davvero. All’inizio per scherzo, poi con quella curiosità che nasce quando si sente di poter dire tutto senza essere giudicati.
All’improvviso lui si alzò dal divano.
Senza dire una parola si diresse verso la camera da letto e tornò poco dopo con una scatola tra le mani. La posò sul tavolo con una cura quasi solenne. Dentro, custodita come un oggetto sacro, c’era una frusta. Una vera, di cuoio, come quelle dei domatori di leoni.
Lei rimase sorpresa.
Lo guardò, poi guardò la frusta, poi di nuovo lui.
«Che intenzioni hai?» chiese, con un misto di ironia e incredulità.
Lui rispose con calma disarmante:
«Voglio essere frustato».
Per un attimo lei non seppe cosa dire. La richiesta era inattesa, destabilizzante. Poi qualcosa cambiò dentro di lei: una smania improvvisa di controllo, una sensazione di potere e padronanza che non aveva mai provato così chiaramente. E accettò.
Prese la frusta con decisione, iniziando a familiarizzare con il peso, con il cuoio che le scivolava tra le dita. Lui si tolse la maglietta e, con voce ferma, diede poche regole: niente reni, niente viso.
La prima frustata fu esitante, carica di paura di fare male.
Poi, come un lampo improvviso, lei capì: lui non temeva il dolore, lo desiderava.
Stringendo meglio la frusta, sentì il suono secco del cuoio sulla pelle. La schiena di lui si arrossò subito. Dalla seconda alla ventesima frustata, qualcosa si accese anche in lei: un’estasi inattesa, il permesso implicito di infliggere dolore, il controllo assoluto del gesto.
Venti.
Quel numero non era casuale.
Era il numero che lui aveva scelto perché gli ricordava le frustate ricevute da bambino, da un padre severo, distante, violento nel modo in cui solo certi silenzi sanno essere.
Alla fine lei era stremata ed esaltata insieme.
Lui aveva la schiena segnata da sfumature rosse, fucsia, viola. Il corpo teso, eccitato. Avrebbero potuto andare oltre, lasciarsi trascinare.
Ma lei si fermò.
Inconsciamente aveva percepito qualcosa di più profondo: il dolore accumulato, la rabbia mai elaborata, il confine sottile tra piacere e ferita.
Lo salutò con dolcezza.
Lo ringraziò per quella serata intensa, diversa, e tornò a casa.
Più tardi, nel silenzio della sua camera, si sdraiò sul letto. Dal comodino prese il vibratore a forma di fallo, quello che Roberto di Lola’s le aveva consigliato tempo prima. Chiuse gli occhi e si lasciò andare, portando con sé le immagini, le sensazioni, il potere provato.
E mentre il corpo trovava il suo ritmo, capì che alcune esperienze non servono a unire due persone, ma a svelare parti nascoste di sé.

